AI e pensiero critico: l'erosione delle facoltà cognitive

Quando l’AI pensa al posto del bambino

Una delle preoccupazioni più profonde sollevate dalla comunità scientifica riguarda l’impatto dell’AI sullo sviluppo del pensiero critico e delle capacità cognitive autonome nei bambini. L’AACAP, nelle sue linee guida del luglio 2025, afferma esplicitamente che l’apprendimento attraverso il fare è cruciale nello sviluppo del bambino e che l’eccessiva dipendenza dall’AI per ottenere risposte compromette il pensiero critico e creativo.

L’analisi SWOT condotta da Kundu e Bej nella loro revisione sistematica pubblicata nel 2025 su Research and Practice in Technology Enhanced Learning identifica come debolezze e minacce chiave l’eccessiva dipendenza dagli strumenti AI, che ostacola lo sviluppo dell’apprendimento indipendente e delle capacità di pensiero critico, con gli studenti che diventano troppo dipendenti dalla tecnologia per le risposte. Allo stesso tempo, lo studio rileva che l’AI può causare sovraccarico cognitivo, mancanza di tocco umano, e un’ombra proiettata sul ruolo dell’insegnante.

Il fenomeno è particolarmente insidioso perché opera in modo invisibile. A differenza di un videogioco o di un social media, il cui utilizzo è visibile, l’AI conversazionale può sostituire silenziosamente il processo di pensiero: uno studente che chiede a un chatbot di risolvere un problema non sta semplicemente copiando una risposta, sta rinunciando all’intero percorso cognitivo di analisi, ragionamento e sintesi che costituisce il vero apprendimento. Il risultato è paradossale: lo studente ottiene la risposta corretta senza aver imparato nulla.

La teoria della mente e l’empatia nell’interazione con l’AI

Un ambito di ricerca emergente e affascinante riguarda l’impatto dell’AI sulla teoria della mente (Theory of Mind, ToM) dei bambini, ovvero la capacità di comprendere che gli altri possono avere pensieri, credenze, desideri e intenzioni diversi dai propri. Questa capacità è cruciale per lo sviluppo dell’empatia e per la navigazione di situazioni sociali complesse.

L’Institute for Child Success nota che l’uso dell’AI può effettivamente migliorare le abilità di teoria della mente quando i sistemi sono progettati appropriatamente. Tuttavia, la ricerca di Xu e colleghi (2025) su come i bambini percepiscono o non percepiscono una “mente” nell’AI generativa solleva interrogativi profondi. Se i bambini attribuiscono stati mentali all’AI, potrebbero sviluppare modelli relazionali distorti, in cui l’empatia viene “praticata” con un’entità che non ha realmente bisogni, emozioni o vulnerabilità. Questo rischia di creare un’asimmetria nel sviluppo delle competenze sociali: i bambini imparano a “relazionarsi” con un’entità perfettamente adattiva e non giudicante, senza sviluppare la resilienza necessaria per gestire il conflitto, il rifiuto e la complessità delle relazioni umane reali.

L’effetto sulla creatività e sull’indagine scientifica

Un aspetto meno discusso ma potenzialmente di vasta portata riguarda l’impatto dell’AI sulla creatività e sulla capacità di indagine scientifica dei bambini. La ricerca sull’intelligenza umana e l’AI, come lo studio di Chein, Martinez e Barone pubblicato su Scientific Reports nel 2024, esplora le differenze individuali nella capacità di distinguere i testi umani da quelli generati dall’AI, suggerendo che queste differenze sono legate a più ampie capacità cognitive.

Il rischio per i bambini è duplice. Da un lato, l’accesso immediato a risposte generate dall’AI può ridurre la motivazione a esplorare, sperimentare e scoprire in modo autonomo. Dall’altro, l’esposizione prolungata a contenuti AI-generati può standardizzare il pensiero, producendo una sorta di “conformismo cognitivo” in cui le risposte dei bambini riflettono sempre più i pattern dell’AI piuttosto che la loro individualità creativa. Tuttavia, quando l’AI è progettata per promuovere l’indagine piuttosto che per fornire risposte, può effettivamente stimolare la curiosità e la creatività, come dimostrato dagli studi sugli strumenti AI nelle aule STEM.


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