Il costo cognitivo dell'AI: frammentazione, amnesia digitale e scarico cognitivo

L’attenzione frammentata: quando il cervello non riesce più a concentrarsi

Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sull’International Journal of Research and Innovation in Social Science ha documentato in modo esaustivo l’impatto dell’AI, della tecnologia digitale e dei social media sulle funzioni cognitive, con risultati che hanno implicazioni dirette per lo sviluppo dei minori. Gli strumenti guidati dall’AI offrono un accesso senza precedenti all’informazione e un’efficienza nella risoluzione dei problemi, ma contribuiscono anche al sovraccarico cognitivo, alla riduzione della ritenzione mnemonica e alla frammentazione dell’attenzione.

La frammentazione attenzionale si verifica quando le notifiche costanti, gli aggiornamenti e i contenuti personalizzati dall’AI frammentano la capacità di concentrazione, riducendo la possibilità di dedicarsi a un singolo compito per periodi prolungati. Uno studio citato nella revisione ha trovato che l’uso frequente di smartphone è collegato a cambiamenti nell’anatomia cerebrale, inclusa la perdita di materia grigia nell’ippocampo e nella corteccia prefrontale, e a una riduzione della durata dell’attenzione. Per i bambini, il cui cervello è in fase di sviluppo attivo, queste alterazioni strutturali potrebbero avere conseguenze a lungo termine sulla capacità di apprendimento, sulla memoria di lavoro e sulle funzioni esecutive.

La Teoria del Carico Cognitivo (Cognitive Load Theory, CLT), uno dei framework più influenti nella ricerca educativa, offre una chiave interpretativa fondamentale. Secondo la CLT, la costante esposizione a informazioni frammentate, il multitasking e il filtraggio algoritmico contribuiscono al carico cognitivo estraneo, riducendo la capacità del cervello di trattenere e processare informazioni significative. Per un bambino che alterna continuamente tra chatbot AI, video brevi, notifiche e giochi, il carico cognitivo estraneo può sopraffare la limitata capacità della memoria di lavoro, lasciando poco spazio per l’apprendimento profondo e la formazione di schemi concettuali stabili.

L’amnesia digitale: quando l’AI ricorda al posto nostro

L’amnesia digitale — la tendenza a non ricordare informazioni che si sa di poter ritrovare facilmente attraverso strumenti digitali — è emersa come un fenomeno significativo con profonde implicazioni per lo sviluppo cognitivo dei minori. Lo studio di Sparrow e colleghi, citato nella letteratura, ha trovato che l’uso frequente di motori di ricerca riduce la probabilità dei partecipanti di ricordare informazioni in modo indipendente: gli individui si concentrano più sul ricordare dove trovare l’informazione che sull’informazione stessa. Questo fenomeno, noto come “memoria transattiva”, si amplifica con l’AI generativa.

Per i bambini, il rischio è particolarmente insidioso. Se un bambino impara fin dalla più tenera età che la risposta a qualsiasi domanda è a portata di prompt, la motivazione a memorizzare, a elaborare e a costruire reti di conoscenza interconnesse nella memoria a lungo termine può atrofizzarsi prima ancora di svilupparsi pienamente. Li e colleghi (2023) hanno trovato una correlazione negativa tra l’uso frequente di AI e le capacità di pensiero critico, suggerendo che l’eccessiva dipendenza dall’AI diminuisce il ragionamento indipendente. Lo “scaricamento cognitivo” (cognitive offloading) attraverso gli strumenti AI potrebbe portare a una riduzione dell’engagement cognitivo complessivo: man mano che i sistemi AI automatizzano i compiti di routine e forniscono soluzioni pronte, gli individui possono diventare meno propensi a impegnarsi nel pensiero critico e nella risoluzione dei problemi.

Il paradosso dell’efficienza: fare di più, pensare di meno

Uno studio pubblicato su MDPI Societies nel 2025 ha indagato specificamente la relazione tra uso degli strumenti AI e capacità di pensiero critico, concentrandosi sullo scaricamento cognitivo come fattore mediatore. I risultati, basati su un campione di 666 partecipanti, hanno rivelato che l’uso prolungato dell’AI era significativamente associato a esaurimento mentale, sforzo attenzionale e sovraccarico informativo, e inversamente associato alla fiducia nelle proprie capacità decisionali. L’integrazione dell’AI nelle performance dei compiti ha migliorato l’efficienza e la fiducia dell’utente; tuttavia, l’utilizzo prolungato può precipitare affaticamento cognitivo, riduzione della concentrazione e attenuazione dell’agency dell’utente.

Per i bambini in età scolare, questo paradosso si manifesta in modo particolarmente acuto. L’AI rende i compiti più facili e rapidi, ma può contemporaneamente indebolire le fondamenta cognitive che permetterebbero al bambino di affrontare sfide più complesse in futuro. Come osservano i ricercatori, le soluzioni potenziate dall’AI possono portare a una produttività aumentata, ma concorrentemente minano le funzioni cognitive di pensiero critico, risoluzione creativa dei problemi e discernimento istintivo. L’uso frequente di GPS, per esempio, può ridurre l’attività dell’ippocampo, con potenziali effetti sulla navigazione e sulla memoria spaziale.

La revisione sistematica di Kundu e Bej (2025) sugli impatti psicologici dell’uso dell’AI sugli studenti scolastici conferma questo quadro da una prospettiva educativa: dei 24 studi esaminati, la categoria più rappresentata (12 studi) riguarda il funzionamento cognitivo. I risultati documentano sia benefici (apprendimento coinvolgente, maggiore motivazione, supporto STEM) sia rischi (sovraccarico cognitivo, mancanza di tocco umano, over-reliance, oscuramento del ruolo dell’insegnante). Gli effetti psicologici dell’uso dell’AI tra gli studenti scolastici sono multisfaccettati, dipendenti dal contesto e variabili tra i gradi scolastici.


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