Sharenting nell'era dell'AI

Il fenomeno: 300 foto all’anno e 70.000 post entro i 18 anni

Lo sharenting — neologismo che fonde “sharing” e “parenting” — descrive la pratica dei genitori di condividere foto, video e informazioni personali dei propri figli sui social media. Un editoriale del Journal of Pediatrics, redatto dal Gruppo di Lavoro di Pediatria Sociale dell’Unione Europea delle Associazioni Pediatriche, ha documentato che i genitori europei condividono in media circa 300 foto e dati sensibili sui propri figli ogni anno, con Facebook come destinazione principale (54%), seguito da Instagram (16%) e Twitter (12%). Uno studio del 2010 aveva già rilevato che il 92% dei bambini americani di due anni aveva una presenza online. Il Children’s Commissioner for England ha stimato che una persona nel Regno Unito avrà circa 70.000 post condivisi su di sé online entro il compimento dei 18 anni.

Nella maggior parte dei casi, il debutto internet di un bambino avviene prima ancora della nascita, sotto forma di immagine ecografica sfocata pubblicata sui social media dei genitori. Dal momento di quel primo post, giorno dopo giorno, i genitori costruiscono un’identità digitale comprensiva per i propri figli, aggiungendo nuovi dettagli come colori su una tela vuota: dal nome e l’età al suono della voce, cosa piace indossare, i cibi preferiti, i capricci. Quando il bambino sarà abbastanza grande per usare internet, la sua impronta digitale sarà persino più ampia di quella dei genitori.

Sharenting + AI generativa: la tempesta perfetta

L’intersezione tra sharenting e intelligenza artificiale generativa crea rischi senza precedenti. La Data Protection Commission irlandese, in collaborazione con la CNIL francese, ha lanciato nel novembre 2025 la campagna “Pause Before You Post”, evidenziando che bastano appena 20 immagini di un bambino per creare un video deepfake, e che i genitori caricano in media 63 immagini al mese sui social media. Un’indagine dell’Università di Southampton su oltre 1.000 genitori britannici ha trovato che il 45% pubblica attivamente immagini dei propri figli sui social media, e uno su sei ha riferito che il proprio figlio ha subito danni come conseguenza.

I rischi documentati sono molteplici e interconnessi: violazione della privacy del bambino; sfruttamento sessuale (centinaia di migliaia di foto innocenti di bambini condivise sui social media sono riapparse su piattaforme pornografiche); danno emotivo futuro dovuto a vergogna o imbarazzo per contenuti online; accesso illecito ai metadati che rende accessibili posizione geografica, scuola e abitudini del bambino; digital kidnapping (furto dell’identità digitale del bambino); e creazione di profili accademici, economici e caratteriali da parte di aziende di dataveillance che vendono queste informazioni a potenziali datori di lavoro, pubblicitari e persino uffici di ammissione universitaria. Barclays ha previsto che lo sharenting rappresenterà due terzi delle frodi d’identità entro il 2030.

Una tesi di laurea della Portland State University (Guzman Gonzalez, 2025) esplora le implicazioni dello sharenting come forma di sfruttamento lavorativo digitale dei minori, concentrandosi sui “kidfluencer” — bambini influencer sotto i 18 anni — e sui canali familiari di vlog. Attraverso casi studio come Sheri Franke, Wren Eleanor, Ryan Kaji e JoJo Siwa, l’analisi rivela un significativo vuoto nei quadri giuridici esistenti. Parallalamente, una nota della Columbia Law School (Agarwala, 2025) propone un framework di tort reputazionale per i figli adulti che devono fare i conti con le decisioni social media dei propri genitori.


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